E se un giorno, all’improvviso, le televisioni di tutto il mondo si spegnessero? E se in un certo momento negli schermi sempre più avveniristici e di alto design comparisse la scritta “Fine delle trasmissioni” a tempo indeterminato?
Il televisore è diventato un elettrodomestico talmente importante che un’ipotetica fine delle trasmissioni sarebbe vissuta, per la maggior parte delle persone, come un trauma irreversibile, come la privazione di una parte vitale della nostra esistenza, come lo spegnimento di una bussola naturale che, fino a poco tempo prima, aveva indicato la via da seguire.
Mario Schifano è stato un artista che, in un certo momento della sua esistenza, si è interessato alla televisione, al bombardamento di immagini e di stimoli che poteva fornire, alla facilità di poter essere ovunque rimanendo nel proprio studio romano e, soprattutto, alla possibilità di mantenere un contatto differito con la realtà che veniva allontanata dal suo ideale contesto con il preciso intento di dare nuovi significati a figure e oggetti.
La mostra propone una selezione di circa cento opere provenienti dall’Archivio Mario Schifano, dalla Fondazione Marconi e dalla Fondazione Farmafactoring di Milano, dal CSAC di Parma, dalla Galleria Mazzoli di Modena e dalla Galleria San Gallo Art Station di Firenze. A dieci anni dalla scomparsa del maestro, la Fondazione Dino Zoli ha voluto dare, in modo originale, il proprio contributo per non far dimenticare un grandissimo personaggio non ancora del tutto suffragato a livello internazionale.
La mostra Mario Schifano. Fine delle trasmissioni mette in luce il percorso originale intrapreso dall’artista romano nel suo rivolgersi a mezzi espressivi alternativi. Non è la pittura e la fotografia o la pittura e il video, ma la pittura sulla fotografia e sul video. L’effetto di questa azione è patetico, nel senso etimologico del termine, vale a dire malinconicamente commovente, quasi sofferente. La pittura, cioè, mostra tutta la sua inadeguatezza alla situazione, e proprio in questo “mettersi a nudo” rivela i limiti di quel simulacro di realtà che è il flusso continuo delle immagini mediatiche. Nell’agghiacciante freddezza ipertecnologica dei luoghi americani visitati dall’artista, così come negli schermi della televisione fotografati con voluta sciatteria, la pittura non c’entra nulla. Eppure c’è.